Una rivista come la nostra, che ha superato i 50 anni di vita,  potrebbe essere esposta alla tentazione di coltivare il proprio patrimonio passato, la propria tradizione culturale e politica, amministrando un’eredità certa, e tutto sommato, prestigiosa. Noi, invece, vogliamo essere il nostro presente e, perché no, il futuro. Senza scartare il passato, senza rinnegarlo, pensiamo che per il nostro tipo di struttura redazionale aperta alla diversità delle esperienze culturali e religiose  e delle posizioni politiche, per come siamo nati e per i temi che abbiamo sempre affrontato, dobbiamo continuare a svolgere un ruolo “critico” nel presente, un ruolo critico nella riflessione sulla dialettica tra istituzioni e movimenti, un ruolo critico nella dialettica tra chiesa/istituzione e chiesa/popolo di Dio, un ruolo di stimolo e di riflessione non allineata e non limitata da interessi contingenti.
 

Qui vi è la specificità dello strumento della rivista, che non ha da difendere degli investimenti meramente elettorali o di schieramento, né programmi legati a logiche identitarie e a risultati visibili e immediati. Vi è poi un’altra circostanza che favorisce la nostra iniziativa di apertura al dialogo e al confronto con aree culturali e con personalità che vengono da esperienze diverse dal cattolicesimo di base  cui ci siamo sinora, prevalentemente,  rivolti e che costituivano e costituiscono il nostro pubblico abituale. La desertificazione delle esperienze politiche, delle associazioni, delle riviste indipendenti qui al Sud è ancora più drammatica, tanto che siamo tra le poche riviste rimaste al Sud a testimoniare l’esistenza di un’area critica attenta alla questione dei diritti civili, politici e religiosi.